Recensioni
da Prima Comunicazione
Cento Talleri di verità (2)
 
Il libro
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Piero Trupia
Cento talleri di verità Autobiografia didattica per eventi

Scrivere di sé è la forma più severa di esercizio dello sguardo, quello su se stesso, l’acies mentis dei romani che era vista acuta, tagliente e combattimento con il sé nascosto. Non è autocelebrazione o rimpianto dell’irrealizzato. Una storia singolare come tutte le storie vere. In essa si rispecchia il tempo di vita dell’autore, quel secolo ventesimo che egli chiama del primo passo, incompiuto più che breve. Cento talleri di verità è esercizio dello sguardo sul sé e sul mondo intorno; ricostruzione testuale del visto. In questa forma è libro di studio per chi vuole imparare a scrivere, imparando prima a leggere il mondo attraverso la propria coscienza del mondo.

Contributo didattico
Il testo qui sopra appartiene al genere “quarta di copertina”: sintetico, per cogliere l’essenziale del testo di riferimento e catturare l’interesse del lettore occasionale che lo prende in mano in una libreria È quindi un “atto linguistico”. La struttura testuale è quella classica tema-rema-focus. Tema è lo sguardo, momento base della scrittura. Si scrive, per riferire quanto s’è visto e si vuol condividere con (almeno) un lettore. Rema è la descrizione dell’operatività dello sguardo, nel caso specifico su se stesso, sul proprio tempo, sul mondo, sguardo acuto e tagliente che viene classicamente definito acies mentis. Focus è la qualifica dell’opera come libro di studio “per imparare a scrivere, imparando prima a leggere”. Il preziosismo acies mentis potrebbe risultare retorico. In genere i preziosismi sono da evitare salvo quando incorporano un significato peculiare, inscindibilmente legato a quell’espressione. Va infine segnalato il carattere “meta” di questo commento: illustrazione di un’illustrazione, ma da un altro punto di vista.
ESAURITO - FUORI CATALOGO
ISBN 88-89240-01-6, Coll. Tools nº4, pub. 02/2005, pagine 344, 18,00€
Recensioni
«L’IMPRESA» Rivista Italiana di Management Nº 6 Novembre-Dicembre 2005

Studioso di comunicazione e pragmatica linguistica nei più diversi ambiti, con solidi studi matematici e di scienza politica ed economica, Piero Trupia ha trascorso 32 anni da manager in Confindustria (vissuti da “dissimile nel profondo”, come confessa, con l’ultimissima autoria e indipendenza di spirito, che lo contraddistinguono). Oggi che à anche consulente e formatore, giunge a offrirci il suo libro al tempo stesso più persone e, appunto, formativo; lo testimonia bene il sottotitolo, che merita peraltro alcuni chiarimenti, a partire dalla concezione di evento come opportunità data dallo stesso autore: “L’evento è incontrollabile... Non resta che affrontarlo e trarne spunti progettuali e di rinnovamento”; anche perché, l’evento non interpretato si trasforma inevitabilmente in sinistro”. Destinato agli studenti della Scuola Fiorentina di Comunicazione, l’opera intreccia in modo originale la narrazione degli “eventi” – episodi selezionati dall’arco di una intera vita – e il “contributo didattico” posto alla dine di ogni evento-capitolo. E se questo serve a illustrare dall’interno i meccanismi retorici e narratologici, illumina soprattutto la potente carica metaforica degli episodi e l’uso da parte di Trupia di uno sguardo bifocale che alterna il dettaglio delle micro-storie ai piani totali della storia del XX secolo. Scorrono così, in una inutile continuità cronologica, esemplari tranches de vie. L’infanzia in una città “bella e stracciona”, la sua Palermo (presto abbandonata e solo di recente riscoperta), sullo sfondo della seconda guerra mondiale e dei bombardamenti alleati che ancora la deturpano; le sfide poste dalla fame alla dignità umana nella prospettiva dell’attuale spreco consumistico; le precoci esperienze di malasanità e la fiducia assoluta nelle formule e nei modelli a prescindere dalle verifiche sulla loro applicabilità prativa (domande utili per i formatoti...); la “carriera” in Confindustria “fortezza Bastiani” e osservatorio privilegiato delle trame, non di rado occultate, del potere in Italia; gli scontri con imprese e società di consulenza truffaldine, gli incontri con persone speciali e libere, e tante altre. Storie che comunque creano, diegeticamente e in un gioco di rimandi incrociati, racconto e consapevolezze, sempre nel segno teorizzato e praticato e di quello sguardo “umoristico” sulla realtà, che non teme di uscire dalle “cornici”, o di confrontarsi con il paradosso e il grottesco, armato, quando necessario, di corrosivo sarcasmo e del pirandelliano “sentimento del contrario”.

Sergio Di Giorgi

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«FOR» Rivista per la Formazione. Nº 64 Luglio-Settembre 2005

Una recensione di quest’ultimo, difficile e intrigante, scritto di Piero Trupia potrebbe assumere più vertici di osservazione e più chiavi di accesso ad un materiale intricato e stratificato, che non si presta a letture immediatamente esauribili e linearmente classificabili. Ciò – diciamolo subito – per ragioni di contenuto e, soprattutto di scrittura, in quanto in questi Cento talleri di verità convivono le dimensioni del saggio sulla comunicazione, su quella scritta in particolare, con quelle della riflessione metodologica, con i “contributi didattici” che di ogni capitolo (o “eventi) ricostruiscono le scelte strutturali, stilistiche, linguistiche, e con quelle del “romanzo di formazione” di un formatore, in cui gli apprendimenti che l’autore ha tratto dalla propria personale esperienza rimandano ricorsivamente a quelli che i lettori-discenti (il libro infatti è dedicato agli allievi della Scuola fiorentina di comunicazione in cui Trupia insegna) potranno ricavare da una appagante lettura a più livelli. Ciò premesso, e volendo strare la gioco della sfida esercitata dalla complessità appena evocata, proviamo a vagliare quali vertici sia più conveniente, o utile, adottare. Quello relativo alla comunicazione, certo, è il più immediato. Il recensore non si ritiene un esperto di comunicazione, in nessuna delle sue forme, ma certo l’ha piuttosto colpito la riflessione sulle proprietà distintive della comunicazione in forma scritta rispetto a quella orale: “Chi scrive ha il dovere di essere completo; altrimenti parli. La bellezza dell’oralità è la sua incompletezza, la possibilità per l’interlocutore di dare il suo apporto a completamento, in un processo infinito,...” (p. 292). Vi è poi la pista autobiografica, particolarmente promettente dato il crescente interesse dei formatori per tutto ciò che riguarda biografia, narrazione, autonarrazione, story telling... Il recensore, al riguardo, si limita a indicare questo vertice niente affatto estraneo alla sua di biografia, soprattutto per ciò che riguarda la sua formazione (di casi e autocasi), intesa come ri-costruzione del senso e del significato dell’esperienza, ha costantemente prestato attenzione nella forma del laboratorio, della consulenza al ruolo, della supervisione professionale ecc. Sul tema autobiografico ci si vorrebbe accontentare di un piccolissimo spunto, laddove l’Autore butta lì, con impagabile snobismo, che: “Un’autobiografia non è la casa del Grande Fratello dove avviene qualcosa che valga la pena di essere visto sia pure con il filtro di un montaggio che riduce al minimo routine e tabù del quieto vivere piccolo-borghese (...). L’autobiografia è – deve essere – altra cosa. Quella per eventi seleziona in una vita alcuni degli episodi che la rendono unica, poiché unica è ogni vita vissuta come tempo di avvento” (p. 32). Splendido, anche se, fresco di visione cinematografica, l’affermazione di Trupia lo riporta all’stante al Robim Wiliams di Final Cut, con quello strano mestiere di re-inventare le vite dei suoi clienti, in vista dei “Rememory” loro dedicati dagli eredi affranti.
Stiamo così avvicinandoci ai nuclei tematici che maggiormente hanno saputo risuonare nella mente e negli affetti del recensore. Un tema è senza dubbio la tesi che l’Autore formula sullo scrivere e, soprattutto, sulla “forma” come “linguaggio di verità” che, seguendo Tommaso d’Aquino, deve obbligatoriamente rispettare i criteri dell’integritas, della concordantia e della claritas (completezza, armonia e chiarezza) (pp. 291-2); criteri indispensabili a prodotte quel “potere di convocazione”, cui Trupia ha dedicato uno dei suoi più recenti lavori, e che qui ci ricorda voler significare “capacità di crearsi un interlocutore” (p. 282), di scrivere solo per lui, di volere e riuscire a convocarlo, distaccandolo da una massa indifferenziata di possibili ed eventuali generici lettori, e facendone il proprio insostituibile interlocutore, partner di comunicazione, giudice unico dell’efficacia comunicazionale del “convocatore”. Il recensore trova questo concetto – e il proposito di azione che ne consegue – bellissimo, anche nella sua più che evidente natura di “compito impossibile”, ma, proprio perché tale, necessario e piacevole da perseguire. Al recensore è così risuonata una domanda interna, relativa al proprio mestiere di consulente di direzione, su cui sempre più spesso si interroga, problematicamente. Qual è l’aiuto, l’utilità reale che dà al proprio cliente, qual è il valore, il vantaggio del suo essere lì con lui, per lui? Che cosa significa ancora la sua presenza e il suo dover tornare ancora una volta per completare o perfezionare un qualche tipo di intervento? E, mettendosi nei panni di questo suo cliente, che cosa questi riconosce davvero di ciò che il consulente sta dandogli? E come si sente quando è lì di fronte, o di fianco, a lui? Si sente sollevato, confortato, riconoscente, oppure avverte la fastidiosa sensazione che il consulente in fondo stia pensando “questo o quello per me pari sono”, e che da ciò – come potrebbe allora non essere così? – ricavi un sentimento di routinaria indifferenza? Un ultimo, ma piuttosto importante per il recensore, tema è quello relativo alla questione della consapevolezza autoriflessiva. Definisce l’Autore la “scrittura dell’autobiografia (...) un duplice esercizio: sia di taratura del proprio punto di vista sul mondo, sia di ricerca della ‘giusta’ miscela tra coinvolgimento e distacco” (p. 25). E poi: “L’autobiografia è didattica per l’autore per l’esercizio dello sguardo su se stesso che ha richiesto. Sguardo rigoroso contro ogni consolante stabilità del sé” (p. 30). E ancora, che tra le “condizioni per comunicare” vi sia soprattutto “... la continua, incessante, drammatica necessità di relazionarsi consapevolmente e responsabilmente con se stessi e con gli altri portatori di diversità-novità” (p. 32). In questa limpidissima attenzione al fatto che per scrivere (ma anche per pensare, per agire, per amare...) sia necessario, prima ancora che con gli altri, sapersi “relazionare consapevolmente con se stessi”, il recensore riconosce, con bella e partecipe emozione, non solo e non tanto l’illustre richiamo del pensiero di un maestro (il David Schöm del reflective practitioner), quando il tratto fondamentale di quella che, nella prospettiva psicanalitica, viene definita “analisi del controtransfert”, la quale richiede la capacitÀ appunto – di “relazionarsi consapevolmente con se stessi”, di ascoltare dentro di sé la risonanza cognitiva ed emotiva del proprio modo di porsi in relazione e di comunicare con l’altro, di arrestare il flusso delle proprie immagini mentali e di sostare interrogativamente sugli aspetti apparentemente più irrilevanti fastidiosi, ma forse indispensabili a comprendere la situazione e a scegliere come comportarsi.
Emozionante è, ad esempio, la riflessione che Piero Trupia fa rispetto al fatto che “alla base di un insuccesso c’è quasi sempre una relazione mal gestita. Con gli altri, ma determinata da una cattiva relazione con se stessi” (p. 149). Riflessione che si colora poco più in là di toni di sincera autointerrogazione quando tra i motivi dei propri “insuccessi comunicativi e, conseguentemente, relazionali” annovera “la (sua) incapacità o mancata volontà di relazionar(si) con (se) stesso” (p. 159). E che cos’è la capacità di analizzare il proprio controtransfert se non quella che consente di “gestire la propria risposta emotiva in rapporto alla provocazione dell’altro”, nell’apparentemente banale, ma in realtà decisiva, consapevolezza che “si denuncia la provocazione – anche solo a se stessi – trascurando il fatto che l’altro è tale in quanto provoca e che la provocazione non è l’incidente; è il rema della relazione” (p. 165)? La parola chiave qui è “trascurando”. La quale illumina la natura dei processi mentali, cognitivi ed emotivi, che ostacolano, o almeno mettono in discussione l’esercizio della responsabilità di fare dell’evento relazionale l’occasione senza pari per quella ricerca della verità che l’Autore giustamente assegna al linguaggio e alla comunicazione.
Uno spunto di riflessione che, in conclusione, il recensore vorrebbe offrire all’Autore è pertanto di pensare al suo concetto di “potere di convocazione” alla luce di ciò che la psicoanalisi (derivazione diretta della disciplina psicoanalitica) definisce “approccio clinico”; “clinico” non nel tradizionale significato, proprio della cultura medica, del “giocare a letto” del soggetto malato (come sappiamo, klyne era la stuoia su cui Esculapio faceva sdraiare i pazienti), ma in un secondo significato nel quale il soggetto guaritore di “inclina” e si “piega” verso il soggetto giacente, aiutandolo a ritrovare la propria autonoma dignità; e addirittura in un terzo significato in cui l’azione del soggetto guaritore si colora di fatica e di un desiderio di ristoro nel suo “appoggiarsi agli scudi” per riprendere controllo della situazione e del suo impegnativo compito. Approccio clinico che, in questo significato arricchito rispetto a quello tradizionale, si fa carico della convinzione che il potere di convocazione dell’altro dipenda dalla considerazione e dalla cura di ciò che questi riesce ad esprimere nella relazione con il soggetto della comunicazione e, al tempo stesso, dalla consapevolezza – che richiede anch’essa cura – della capacità/incapacità di tale soggetto di vivere all’altezza della qualità delle relazioni che si propone di avere.

Dario Forti